QUATTRO FONTANE PER UNA ROTONDA

Stefano Menicucci

La rotonda che è stata appena inaugurata, non rappresenta  solamente una parte di arredo urbano, ma bensì è un pezzo di storia che riaffiora dalla memoria andata persa del nostro quartiere. Il monumento, perché è di quello che si tratta, è formato da una struttura circolare, formata da quattro incavi, dove sono posizionate le quattro fontane, tutte con nomi altisonanti: “La Funtèna”, “La Pèmpa”, “E Chèp” e “La Funtèna ad Sait’Alès”. Tutte costruite rispettando, sia le dimensioni, sia le antiche fattezze, sia il materiale con il quale vennero costruite. Non ci resta altro da fare, che ammirarle, mentre con le nostre auto, percorriamo il tratto che collega la SS. 16, con Via Puglia, facendo così un passo indietro verso il  nostro passato troppo presto dimenticato.

Visita al museo archeologico di Riccione

Scritto da Stefano Menicucci

Sorge da più di dieci anni, ma pochi a Riccione sanno che in Via Lazio, proprio al’interno della struttura che ospita la biblioteca, c’è un museo, con tantissimi reperti ritrovati nelle nostre zone, compresa  Fontanelle, i quali offrono una testimonianza storica, che va dalla prima comparsa dell’uomo, fino all’età imperiale romana. Tali reperti sono rappresentati dai primi utensili ritrovati nella zona del Conca, fatti in osso oppure in pietra lavorata, per formare delle punte aguzze, che servivano nei lavori quotidiani dei primi uomini apparsi nella zona più di 10.000 anni fa, unitamente a vasellame ricoperto da pitture riproducenti la vita quotidiana di quel lontano popolo. Aggirandomi tra le vetrine ricolme di rare ricchezze, mi soffermo su di una, al cui interno vi è una tomba risalente all’età romana, conservata perfettamente, costruita con blocchi regolari di argilla e, contenente ancora ben conservati ciotole ripiene di cereali, facenti parte dell’arredo funerario della defunta. Poco più in là, si può ammirare ottimamente ben conservata un’enorme anfora, usate all’epoca come contenitore  per conservare olio o vino. Camminando verso l’interno, mi soffermo a guardare la riproduzione fedele di un telaio dell’era neolitica, prima vera macchina mai costruita dall’uomo. In un’altra ala del museo,  ci si può avventurare nella zona  dedicata alla fauna dell’epoca preistorica presente, in cui fanno bella mostra di sé,  parti di scheletri ben conservati, di animali come rinoceronti, bisonti ed elefanti, presenti all’epoca mesozoica lungo la zona che va dal Monte Carpegna fino alla nostra costa. Questo è solo un breve cenno di quello che potete trovare, visitando questo museo, molto rinomato in provincia, ma che qui a Riccione, non riscuote lo stesso entusiasmo, anche perché, oltre ad essere molto interessante, è completamente gratuito e, si può visitare nell’orario d’apertura della biblioteca.

 

80 anni dal naufragio della "Bruna".

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

ImagePrecisamente il 17 gennaio del 1929, la motobarca denominata “Bruna”, naufragò nelle acque antistanti il porto di Riccione, in una notte gelida, dove il nevischio solcava i visi scavati e segnati dalla fatica dei marinai, che a quel tempo, anche quando in mare vi era un fortunale con onde altissime, come in quella occasione, erano costretti loro malgrado a salpare verso l’ignoto, per strappare alla miseria quel pezzo di pane, per dare un futuro ai propri cari. Purtroppo, per loro, quel giorno di prima mattina finì in modo tragico, vuoi per il macabro destino, che detta la sue fatali condizioni, vuoi anche a causa delle fattezze del “trabaccolo”, altro nome dato al tipo di imbarcazione, costruito con lo scafo piatto e, quindi più facile all’intraversamento dovuto ad una grossa onda, come è poi capitato, con il susseguente affondamento. La barca fu poi successivamente recuperata, dopo un primo fallimento, per l’enorme massa di fango depositatasi all’interno dello scafo e successivamente riarmata, per ritornare a solcare nuovamente i mari. I marinai periti nel disastro, furono, l’armatore comandante Secondo Tomassini detto “piruléin”, di anni 34, i marinai Roberto Pronti, di anni 39, Giulio Gennari di anni 35, Paolo Ceccarelli di anni 24 e Ubaldo Righetti di anni 19. I corpi dei marinai non furono recuperati subito, ma solo nel corso dell’estate, ad eccezione di quello di Giulio Gennari, che non fu più ritrovato. A ricordo dell’avvenimento, vi è una targa commemorativa posta il 13 luglio 2002, all’imboccatura del porto canale di Riccione, con incisa una poetica frase di Fulvio Bugli:” Vita e gloria al marinar che al mar dona rispetto”. In più, dal 29 marzo 2008, nella rotonda di Viale Torino, si può ammirare la vela che rappresenta l’armo della Bruna e, un monumento che rappresenta la prua della stessa, recante i nomi dei marinai periti.

 

 

Storia delle Fontanelle

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

“AQUA CIOCA"

Quelle che oggi comunemente vengono chiamate acque sulfuree, una volta, nel borgo originario delle Fontanelle, venivano denominate “aqua cioca”, scritta così senza la c, come venivano scritte innumerevoli parole in modo sgrammaticato, per l'alta analfabetizzazione della popolazione alla fine dell'ottocento. Queste acque, denominate esattamente salso-bromo-jodiche-sulfuree-magnesiache, venivano chiamate dalla popolazione nel modo sopra citato, perchè davano quella sensazione di disgusto, dal sapore acre di uova marce, che però erano già a quel tempo indicate come curative, tanto che un illustre cittadino di nome Ferdinando Mancini, creò attorno al 1895, un Ospizio marino.

 

ARENILI DEMANIALI

Sempre tratto dai cenni storici del nostro quartiere, con data 1911, l'allora Comune di Rimini, che era il comune, di cui Riccione faceva parte, essendo ancora una sua frazione e, quindi ancora non dotata di una sua amministrazione pubblica, decise di acquistare dei terreni demaniali prospicienti la spiaggia, nella zona a noi cara, e, di rivenderla ai privati, per dare l'inizio a un nuovo tipo di economia; quella del turismo.

IL TERREMOTO DEL 1916

Dopo che la guerra, che con i suoi lutti, aveva di per se sancito l'interruzione dell'allora nascente turismo, avvenne anche un altro luttuoso fatto, che cambierà ancora più in peggio la vita delle Fontanelle e di tutta la regione: il terremoto. Le scosse cominciarono già il 17 maggio e tennero in allarme tutta la popolazione fino a quella tragica del 16 agosto, quando il cataclisma distrusse quasi la maggior parte dei fabbricati e gettò nella più nera disperazione tutta la popolazione già di per se tanto provata. Per la cronaca in quel fatale giorno, tra le tante abitazioni e monumenti, vorrei citare la torre delle Fontanelle, di cui non rimane più traccia.

 

 

La storia delle Fontanelle fino al diciannovesimo secolo

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

LA STORIA DELLE FONTANELLE FINO AL DICIANNOVESIMO SECOLO La fascia costiera delle Fontanelle si è venuta formando circa 6000 anni fa, ed era formata da ambienti paludosi di tipo lagunare, posti rispetto alla fascia costiera a 13 m. s.l.m. Con il passare del tempo, l'erosione ha portato alla formazione di falde acquifere, che hanno dato origine a 7 pozzi, che seguono un antico corso d'acqua sotterraneo, provato anche dal fatto che fino ad una profondità di 14-16 metri, si possono trovare ghiaia di origine fluviale.

E' in questa zona, che si segnalano i primi ritrovamenti di oggetti metallici a forma di lame o di ciotole di argilla appartenenti all'epoca paleolitica. Altre testimonianze storiche sono i resti di alcuni focolari appartenuti all'età del ferro. Dopo la guerra vinta dai Romani sui Galli, nel 268 a.c., i primi fondarono la città di Ariminum, (l'antica Rimini), e, iniziarono a colonizzare i territori prospicienti la città, trasformando i terreni a fini agricoli, costruendo anche fossati, per l'approvvigionamento idrico degli stessi e carraie, per il trasporto delle derrate agricole nei mercati vicini. Tra il 220 e il 219 a.c., il Console Gaio Flaminio, fece costruire la strada, che prende il suo nome e, che ancora oggi noi percorriamo con le nostre automobili. Facente parte della Via Flaminia, si può considerare la lapide custodita nel museo di Rimini, rinvenuta nel 1775 e risalente al 93 d.c., appartenete all'epoca Diocleziana.Tracciato antico, si può considerare anche l'attuale Via Matera, che non era altro che un percorso a forma ortogonale, che i Romani utilizzavano per dividere i terreni in Centuriae. Altri ritrovamenti risalenti all'epoca Romana, sono le innumerevoli tombe lungo la Via Flaminia, con resti umani e materiale funerario conservato al Centro della Pesa. IL MEDIOEVO Dopo la fine dell'Impero Romano, anche la zona delle Fontanelle inizia un periodo di declino, che porta la gente all'abbandono delle terre e, al conseguente inizio di una fase, dove carestie e pesti, metterà a dura prova la popolazione. Dopo una fase di spopolamento delle terre, si segnala nel 1177,un sito denominato “Ladronaria”, che era composto dall'antica chiesa di San Martino, composta da 3 altari dedicati a San Martino, al Rosario e a Beato Alessio, crollata durante il disastroso terremoto del 1786 e, ricostruita nell'attuale ubicazione, da un'altra chiesa dedicata a San Bartolomeo e da un ospedale che portava lo stesso nome. Questo sito comincia a svilupparsi in maniera lenta e, nel 1475, si ha notizie di un ospizio, che era una specie di osteria e albergo per pellegrini. La prima volta che si parla di un fondo delle Fontanelle, risale al 1292, nome dovuto alla vena d'acqua copiosa, che sgorgava dal fondo medesimo. Nel 1649, la diocesi di Rimini approva la costruzione di una chiesa con 7 altari, dedicata all'Immacolata Concezione di Maria Vergine e ai Santi Antonio Abate e Antonio da Padova, di cui però non si hanno notizie certe di una sua ultimazione. Sempre nello stesso anno, le fonti che hanno dato il nome al quartiere, vengono menzionate dall'allora Stato Pontificio, con il nome di “fonti di Orlando”. IL SETTECENTO Davanti alle torri, delle quali abbiamo già accennato nel nostro giornalino, si segnala, che il 25 gennaio 1778, ci fu il naufragio di un bastimento olandese carico di spezie, piombo e ferro, diretto ad Ancona e mai arrivato a destinazione. Nel 1792, si ha notizie della costruzione di una chiesa denominata del Pantano, nome preso dalla zona prospiciente il Rio Melo chiamata in questo modo, che sostituiva la chiesa di San Martino, distrutta dal terremoto del 1786, a cui si è aggiunto un casotto, detto “sesto casotto”, costituito da un capanno in legno, posto a metà strada tra la torre delle Fontanelle e quella della Trinità (Rio Marano), che integrava il servizio di vigilanza della costa. Fino al 1897, data della costruzione del porto di Riccione, l'unico approdo sicuro era quello di Rimini, per cui per tutto il diciannovesimo secolo, la cronaca locale parla di numerosi naufragi avvenuti proprio davanti alla costa delle Fontanelle, che oltre al naufragio sopra descritto, riporta la notizia di altri 30 naufragi, costati la vita a centinaia di persone, tra marinai e gente imbarcata per altri motivi.

 

 

Il castello degli Agolanti

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

Castelle degli AgolantiIl castello degli Agolanti sorge sull'attuale Via Caprera, sulle colline di Riccione, che dominano la località balneare, resa celebre per la sua ospitalità. Gli Agolanti erano una famiglia di Pistoia, discendente da una famiglia potente di quella città, quella dei Tedici, dove nel 1260, fecero costruire questo castello, che ancora oggi sovrasta, con la sua magnificenza, la città di Riccione. Divennero vassalli dei Malatesta e considerati signori di Arcione. Di origine longobarda, si insediarono, oltre che a Riccione, in tutta l'Italia di allora. Costretti a fuggire, chiedero asilo in queste terre, da dove poterono esercitare il loro immenso potere, che la famiglia aveva avuto a Pistoia e, che con i Malatesta, poterono continuare a esercitare, anche in queste terre.

Divenuti proprietari di palazzi a Rimini, ebbero anche numerose cariche politiche nella stessa città, riuscendo anche a tessere importanti legami con famiglie influenti del riminese, come la famiglia Malatesta. Il castello, per alcuni anni divenne quasi esclusivamente luogo di villeggiatura, almeno fino al 1657, quando la regina Cristina di Svezia, vi soggiornò, durante un viaggio a Roma. Agli inizi del 1700, la proprietà passò ad altre famiglie, che vi soggiornarono almeno fino allo spaventoso terremoto del 1786. Le cronache successive allo spaventoso cataclisma, rivelano, che fu in parte abbatuto e in parte adibito a casa colonica, e, che passò di proprietà alla famiglia Verni di San Giovanni in Marignano, fino al 1982, quando il Comune di Riccione, lo rilevò e, lo fece diventare, quello che è oggi, ossia un'attrazione, oltre che turistica, anche adibita a teatro sperimentale e sede di importanti manifestazioni culturali.

 

 

IL SIGNIFICATO DEI NOMI DEI NOSTRI PARCHI IL PARCO DELLE VITTIME CIVILI DEL 2 AGOSTO

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

Il Parco delle vittime civili del 2 agosto, deve il suo triste nome ad una delle più grandi tragedie, di cui l'Italia sia stata vittima, nella sua pur breve storia. Eravamo in un periodo, quello che va dall'inizio degli anni 70 alla fine dello stesso decennio, in cui erano nate le Brigate Rosse, con tutto il loro tributo di sangue, che ha portato il Paese, in una fase difficile della sua storia, culminato con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, oltre ai vari attentati di stampo fascista, come quello al treno Italicus o alla strage di Piazza della Loggia a Brescia, costati in toto, centinaia di vittime innocenti. Ritornando agli anni 80, erano nati con l'auspicio, che quei fenomeni,che avevano sconvolto l'Italia nel decennio scorso, sarebbero rimasti nella storia e nella coscienza di ognuno di noi, ma purtroppo, quella fase, ancora non si era esaurita, ma doveva ancora dare il suo contributo di sangue innocente.

La mattina del 2 agosto, alla stazione di Bologna, c'erano tante persone, che dovevano partire per una vacanza, che per la maggior parte di loro, si sarebbe dovuta svolgere nelle nostre località balneari della Romagna. Purtroppo, per colpa della mano di fascisti, cui ancora oggi si cerca di dare un volto preciso, anche se i principali accusati rimangono Giusva Fioravanti e sua moglie, la mattina di quell'infausto giorno alle 10,25, la bomba che quei vili posizionarono all'interno della sala d'aspetto, saltò in aria, uccidendo all'incirca un'ottantina di persone, ferendone altre in modo grave, da causare amputazioni e infermità totali, che il loro corpo, porterà sempre il ricordo di questa immane tragedia. Da quell'anno, i parenti delle vittime, ricordano i loro cari ogni 2 agosto, celebrando una manifestazione a Bologna, che culmina proprio davanti alla stazione, nel punto in cui fu collocata la bomba, dove a testimonianza dell'evento tragico, c'è ancora l'orologio che, per l'esplosione, rimase fermo proprio a quell'ora. L'amministrazione comunale, decise con un'umanità, che l'ha sempre contraddistinta, oltre che per la sensibilità di cui è stata sempre capace in tutte le manifestazioni, di intitolare quella parte di verde, che va dall'asilo nido Pinocchio, fino al tratto di Via Enna, che da Via Martinelli, con una discesa a sinistra, da il suo benvenuto a chi decide di passare per il nostro quartiere.

 

 

Il significato del nome dei nostri parchi. Il parco Dalla Chiesa

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

Carlo Alberto Dalla ChiesaIl Parco Dalla Chiesa, situato tra via Limentani e via Righi, ci vuole far ricordare un grande uomo della storia, che grazie anche al suo sacrificio, ha permesso allo Stato italiano, di sconfiggere quella che sembrava una corazzata invincibile e, che col tempo è stata quasi debellata, almeno nelle forme più estreme. Carlo Alberto Dalla Chiesa, nacque a Saluzzo il 27 settembre 1920 e, morì, assassinato dalla mafia a Palermo, il 3 settembre 1982. Figlio d'arte, in quanto anche suo padre fu vice comandante generale dell'Arma, divenne uff.le di complemento di fanteria nel 1942, passò nei Carabinieri e completò gli studi di giurisprudenza. Dopo l'armistizio, entrò nella resistenza, operando in clandestinità negli Abruzzi e nelle Marche e, nel 1944 partecipò alla presa di Roma. Dopo la guerra fu inviato in Campania e, su sua esplicita richiesta, fu inviato in Sicilia nel 1949, dove svolse attività repressiva, verso quel tipo di banditismo, che con Salvatore Giuliano, raggiunse il momento più alto, avendo cura di arginare anche quelle attività separatiste, che la stessa mafia, cercava di aizzare contro lo Stato italiano.

Da Capitano, indagò sull'omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, commissionato dall'allora emergente boss mafioso Luciano Liggio, che incriminò. Il posto di Rizzotto, fu per la cronaca preso da Pio La Torre, a cui toccò la stessa sorte e, che Dalla Chiesa conobbe bene. Ebbe una parentesi di servizio presso i Comandi di Firenze, Como e Milano. Dal 1966 tornò in Sicilia, con il grado di Colonnello, presso il Comando di Palermo, riuscendo ad assicurare alla giustizia boss come Gerlando Alberti e Frank Coppola, iniziando a seguire nuove piste indagatorie, che lo porteranno a scoprire le prime collusioni tra mafia e politica. Nel 1968, portò soccorso con i suoi reparti ai civili, vittime del terremoto del Belice, meritandosi una medaglia di bronzo al valor civile. Nel 1973, fu promosso con il grado di Generale di Brigata, e svolse attività di comando anche in Piemonte, Valle d'Aosta e Piemonte. Nel 1974, creò una struttura antiterrorismo, che gli consentì di catturare esponenti delle Brigate Rosse, come Renato Curcio e Alberto Franceschini. Verso la fine degli anni 70, riuscì, ad individuare e ad arrestare i mandanti dell'omicidio Moro e della sua scorta, riuscendo a rassicurare l'opinione pubblica, che si sentiva frustrata, per l'ondata di crimini, che attanagliava l'Italia in quegli anni. Dopo essere ritornato in Sicilia, purtroppo per lui, sua moglie e la scorta, ci fu il tragico epilogo, descritto all'inizio, che tolse all'Italia uno dei personaggi, che più, sono riusciti a lasciare un'impronta indelebile, con il suo martirio, ma che il ricordo, non riuscirà a cancellare.

 

 

Le origini dei nomi dei nostri parchi. Il parco Turati

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

Filippo TuratiIl parco Turati, posto fra le vie Basilicata e Puglia, ci ricordano un grande uomo, passato alla storia come, oltre che per essere avvocato, soprattutto come giornalista e politico. Filippo Turati, nacque a Canzo, il 26 novembre 1857 e morì a Parigi, il 29 marzo 1932. Frequentò il liceo classico Ugo Foscolo di Pavia, collaborando a varie riviste di orientamento democratico e radicale. La linea politica che adottò fin da giovane, fu determinata dalle idee marxiste della sua compagna Anna Kuliscioff e dagli ambienti operai milanesi. Nel 1886 aderì al Partito Operaio Italiano, fondato sempre a Milano, per poi fondare a sua volta nel 1889, la Lega Socialista milanese, ispirata a un marxismo più moderato, che rifiutava l'anarchia.

Dal 1891 al 1926 diresse la rivista Critica Sociale, oltre a fondare nel 1892 il periodico Lotta di classe, Giornale dei lavoratori italiani. Sempre Turati, riuscì a fondare, facendo confluire tutte le forze operaie e contadine in un unico partito, nel 1892 a Genova, il Partito dei Lavoratori Italiani, che divenne nel 1895, Partito Socialista Italiano, con idee più marcatamente riformiste,che adottava la lotta parlamentare, per soddisfare le aspirazioni sindacali. Nonostante Francesco Crispi, tentasse di bandire tutte le organizzazioni di sinistra, Turati fu eletto deputato nel 1896, tentando di aprire all'area mazziniana, più moderata, per riuscire a democratizzare l'area dell'allora governo, per imprimere una svolta più riformista al governo stesso. Ciò nonostante, nel 1899, fu dichiarato decaduto dal mandato parlamentare e arrestato, anche se pochi giorni dopo fu rimesso in libertà, per essere stato rieletto alle elezioni suppletive. Nel 1901, Turati iniziò ad attuare, con i governi, prima presieduti da Giuseppe Zanardelli e, poi da Giovanni Giolitti, il cosiddetto programma minimo, che si proponeva di realizzare con i governi più moderati, dei provvedimenti, che avessero scopi sociali, comele leggi sulla tutela del lavoro, infortuni, invalidità e vecchiaia. A causa della politica attuata da Giolitti, che favoriva solo gli operai meglio organizzati, la corrente di sinistra del PSI, mise in minornza Turati nel congresso di Bologna del 1904. Solo nel 1908, la corrente di Turati, tornò a prevalere su quella di sinistra, riuscendo a diventare il maggior interlocutore di Giolitti. Solo con la crisi della guerra con la Libia del 1911, il PSI si staccò definitivamente dall'ala protettrice di Giolitti, anche se nel 1917, con la disfatta di Caporetto, Turati, si mosse a favore dell'intervento dell'Italia, provocando quella spaccatura all'interno del PSI, che provocò la sua espulsione dal partito, dando vita nel 1922, al Partito Socialista Unitario. A seguito del delitto Matteotti, partecipò alla secessione dell'Aventino, e, nel 1926, fu costretto, a causa delle persecuzioni fasciste, a fuggire prima in Corsica e poi in Francia, collaborando alla rivista Rinascita Socialista. Prima di morire, collaborò con Nenni, alla riunificazione del PSI.

 

 

L'origine del nome del viale Del Belice

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

Poggio RealeIl viale Del Belice, deriva il suo nome, dallo spaventoso terremoto di magnitudo 6,4 della scala Richter, che nella notte tra il 14 a il 15 gennaio 1968, colpì una vasta area della Sicilia occidentale, compresa tra la provincia di Agrigento, quella di Trapani e quella di Palermo. Il comprensorio della zona più colpita si chiamava Del Belice, per cui per il terremoto, venne usato questo nome. Il 15 gennaio, dato che la zona non era considerata sismica, la notizia venne riportata dai giornali, come una cosa di poco conto. Ai primi soccorritori, si presentò invece una scena apocalittica; nell'epicentro, in prossimità delle città di Gibelllina, Salaparuta e Poggioreale, oltre a trovare solo distruzione e morte, le strade erano come risucchiate dalla terra, per cui i soccorsi, già di per se frammentati e poco organizzati, si trovarono anche nell'impossibilità pratica di poter portare aiuto e conforto ai superstiti.

Per descrivere la forza distruttiva di tale fenomeno, c'e la descrizione di un pilota dell'aviazione, che sorvolando la zona, la descrisse come se fosse stata colpita da una bomba atomica. Nei giorni seguenti, la zona fu visitata dall'allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e, dal ministro dell'interno Paolo Emilio Taviani. Il giornalista Russo del Corriere della Sera, constatò che i superstiti, vivevano nella totale indigenza, e, che i morti, che erano sotto le macerie delle case distrutte, furono anche la causa di epidemie, a causa della lentezza e dell'inadeguatezza dei soccorsi, che tuttavia riuscirono con non poca fatica a recuperare più di centinaia di morti e, che i feriti che erano migliaia, furono trasportati negli ospedali di Palermo, Agrigento e Sciacca, dove grazie anche alla mancanza di personale e di attrezzature, i medici e gli infermieri si trovarono in grosse difficoltà per curare e soprattutto salvare persone giunte in condizioni molto gravi. Certamente il terremoto, mise a nudo l'arretratezza della Sicilia di quegli anni, con le case fatte ancora di tufo, che il terremoto sbriciolò in pochissimi secondi e, diede il via alla stagione degli stanziamenti fantasma, che non arrivarono mai, se non in piccolissima parte, solamente per costruire un'autostrada, la Palermo-Mazara Del Vallo, chiamata anche l'autostrada del deserto, che non serviva a niente, senza a pensare a ricostruire la tratta ferroviaria Salaparuta-Castelvetrano, che invece aveva un buon traffico, sia di persone, che di merci. Quest'anno che ricorre il quarantennale, giungendo in quelle zone martoriate, possiamo vedere le città colpite dal sisma, tutte ricostruite, insieme al sistema viario, ma in zone completamente diverse, che hanno cambiato per sempre, il volto di questa parte di Sicilia

 

 

Il significato del nome dei nostri piazzali. Il Piazzale Kennedy

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

Lungo la Via Torino, prima di sconfinare a Misano Adriatico, c'è un piazzale, che noi solitamente utilizziamo come parcheggio, per andare al mare, ma che in realtà porta un nome importante della storia del diciannovesimo secolo: John Fitzgerald Kennedy. Kennedy, nacque a Brookline il 29 maggio 1917 e morì nel tragico attentato di Dallas, il 22 novembre 1963. Candidato per il partito Democratico nel 1960, fu proclamato Presidente degli Stati Uniti, l'anno successivo, divenendo il 35° primo cittadino della nazione, oltre che primo e unico cattolico, ad aver ricoperto quella carica fino ad oggi, succedendo al celeberrimo Eisenhower, protagonista nell'ultima guerra e, al dopoguerra successivo. Inoltre, annovera anche altri due record, sempre per quanto riguarda la carica di Presidente U.S.A., ossia che è stato e rimane il più giovane ad aver ricoperto tale ruolo e, record non proprio felice, ad essere morto, ancora in carica.

Nella sua pur breve presidenza, c'è da annoverare alcune decisioni, che mostrarono le sue doti politiche e lo videro in prima persona sulla scena internazionale,come lo sbarco nella Baia dei Porci, la crisi dei missili a Cuba, la costruzione del muro di Berlino,la corsa al controllo dello spazio, gli antefatti della guerra del Vietnam e l'affermarsi del Movimento per i Diritti Civili degli Afroamericani. Tutto il mondo pianse la sua prematura scomparsa, avvenuta a Dallas, il 22 novembre del 1963, quando, percorrendo su un auto scoperta le vie della città, insieme a sua moglie, venne colpito da due colpi sparati tra la folla e, che in seguito, fu accusato di quell'omicidio, Lee Harvey Oswald, ma che successivamente, grazie a nuove perizie balistiche, ne fu quasi scagionato del tutto, anche se nuove indagini lo vollero all'interno di una cospirazione.

 

 

Le origini del nome del Piazzale Andrea Costa

 

Scritto da Stefano Menicucci   
 

Andrea CostaIl piazzale Andrea Costa, è situato tra il supermercato Conad e il parco Peter Pan, lungo la via Sicilia. Andrea Costa, nacque il 30 novembre 1851 e morì il 19 gennaio 1910 ad Imola, ed è considerato, oltre che un grande politico, anche uno dei fondatori del Partito Socialista. All'inizio, fu di idee anarchiche, tanto che nel settembre 1872, partecipò all'Aja, al congresso dell'Internazionale, aderendo all'Internazionale anarchica di Bakunin. L'8 agosto 1874, fu arrestato ad Imola, per aver organizzato un'insurrezione di internazionalisti anarchici. Nell'agosto del 1881, fondò il Partito Socialista Rivoluzionario Italiano, aperto a tutte le scuole di pensiero socialista.

Sempre nel 1881, partecipò alla fondazione del settimanale Avanti e, l'anno successivo, fu il primo deputato eletto di idee socialiste. Nell'agosto del 1883, per coordinare l'opposizione delle sinistre, fonda il Fascio della Democrazia con Giovanni Bovio e Felice Cavallotti. Alleato e contemporaneamente critico verso Turati, aderì al PSI, allora con il nome di Partito dei Lavoratori Italiani, nel 1893. Come condanne, ricordiamo quelle inflitte dal Tribunale di Roma il 5 aprile 1889, che lo condannò a tre anni di reclusione per ribellione alla forza pubblica, a seguito dei disordini scoppiati durante una manifestazione in memoria di Guglielmo Oberdan, e, quella del marzo 1890, dove fu condannato sempre per ribellione, per aver partecipato a Roma alle agitazioni degli operai edili. Nel febbraio del 1897, nel corso del vivace dibattito parlamentare seguito al massacro di Dogali, coniò la parola d'ordine “ne un uomo ne un soldo”, per l'impresa africana. Dal 1908 al 1910 fu vicepresidente della Camera dei Deputati.

 

 

Ricordiamo le sorelle Zaban

 

Scritto da Zecchini Roberto   
 

Un anno fa spirò Luisa Zaban. Image Arrivata a Riccione nel 1950 assieme alla sorella Silvia, più giovane di due anni, le uniche scampate della famiglia Zaban all’orrore vergognoso delle leggi razziali, ha insegnato nella scuola elementare delle Fontanelle e per lungo tempo di Marina. Silvia insegnava nella “Manfroni” ed aveva condiviso la stessa vita dedicata agli altri della sorella, purtroppo ci ha lasciati nel novembre ’97. Luisa aveva continuato nell’opera meritoria di ricordare quel passato orribilmente disumano dei lager nazisti, nelle scuole di Riccione, raccontando fatti e vicende vissute da tante vittime dell’orrore della umanità. Alle Fontanelle, ricorderemo per sempre, queste due donne, che sono due splendide figure, della grandezza e generosità da nessuno raggiunte qui da noi. Luisa e Silvia rimarrete nei nostri cuori. Coloro che volessero approfondire l’argomento consigliamo di leggere “ La città invisibile” di Fabio G. Galli col contributo del Comune di Riccione e della Regione Emilia Romagna.

 

I proverbi di Mino Del Magno detto Bigulein ad Murcien

 

Scritto da Zecchini Roberto   
 

MinoAnche lui importato dalla lontana Morciano ed integrato nelle nostre Fontanelle.

J'è com i ledre ad Pesara.
Sono come i ladri di Pesaro. (Per dire di due persone che litigano e sono sempre insieme. Infatti, si dice, che a Pesaro i ladri durante il giorno sono sempre in lite e di notte vanno a rubare assieme.)
Un sarà com i dis minud ad Michin*?
Non saranno come i dieci minuti di Michin*? (Per dire a uno, che si dovrebbe assentare per dieci minuti, di non tardare molto a ritornare.)
U ja fnì anche al nusie ma Bacoc cu n'eva set suler e magneva una e dè.
Sono finite le noci anche a Bacucco che ne aveva sette solai e ne mangiava una al giorno. (Per dire di una persona che come Bacucco a forza di sperperare senza rimpiazzare finisce col ritrovarsi senza più niente.)
U sè magnè capel e benefizie.
Si è mangiato il cappello e il benefizio. (Per dire di una persona che ha sperperato tutto il patrimonio.)
E porta via anche e fom mal pepie.
Porta via anche il fumo alle pipe. (Per dire di una persona che è di mano lesta, che frega tutto quello che gli capita sotto le mani.)

 

L'ha una testa com un bgonz.
Ha una testa come un tino. (Accidenti che testa! Riferito a uno che ha la testa grossa oppure non capisce niente.)
L'è tont com una topa.
E' tonto come un topone. (Per dire di uno che è tonto completo.)
E calder e dis mel dla padela.
Il paiolo dice male della padella. (Per dire di una persona poco pulita moralmente che dice male di un'altra persona altrettanto poco pulita.)
L'è com una psiga sfond.
E' come una vescica bucata. (Per dire di una persona alla quale non si può confidare nulla in quanto sbandiera ai quattro venti quello che ha appreso. Persona inaffidabile.)
U jentra com e c## te paternostre.
C'entra come un certo c###o nel padrenostro. (Per dire di uno che fa un discorso o che dice una cosa che non rientra affatto con l'argomento della discussione.)
Da chi trop spess i va a cunsé, b-sogna sempra diffidé.
Da chi troppo di frequente si va a confessare, bisogna sempre diffidare. (Per dire di una persona poco affidabile, perchè quando al prete confessa una malefatta ne pensa già un'altra, tanto con il Padreterno si mette sempre a posto.) Morciano di romagna - RN Bigulein ad Murcien
L'è nir com un capel da pret.
E' nero come un cappello da prete. (Quando una persona è molto scura di pelle, abbronzata.)
L'è sporc com e baston de puler.
E' sporco come il bastone che è nel pollaio. (Per dire di una persona che è poco amante dell'igiene o anche per indicare uno che è moralmente poco pulito.)
E fa sempre la vosa de pess.
Fa sempre la voce del pesce. (Per dire di uno che non parla mai.)
L'ha psì fora dl'urinel.
Ha pisciato fuori dal vaso. (Classico modo di dire riferito ad una persona che in una discussione tra amici su di un certo argomento ha parlato a sproposito o che ha detto una gran fesseria.)
E magna com un gardlen.
Mangia come un cardellino. (Per indicare uno che mangia poco.)
E cmanda com e do ad cop quand la brescla l'è baston.
Comanda come il due di coppe quando la briscola è bastone. (Praticamente uno che non comanda niente, specialmente "ma chesa sua".)
La ciap capot.
Ha preso cappotto. (Quando si gioca a carte (tresette) gli avversari non realizzano neanche un punto.)
L'è mei un mort ad chesa che un marchigien sla porta.
E' meglio avere il morto in casa che un marchigiano sulla porta. (Si racconta che all'epoca dello Stato Pontificio i marchigiani fossero esattori di tasse. Da ciò il detto.)
Te fat e guadagn ad Bulini*. Hai fatto il guadagno di Bulini*. (Per dire ad una persona che ha venduto una cosa e non ha guadagnato niente, anzi ci ha rimesso.)

 

 

 
"GVANN ad GARGULET"
Scritto da Cinzia Bauzone   
 

ImageNegli anni cinquanta erano numerose le case coloniche dislocate nella nostra città. Queste erano abitate da famiglie numerose le quali si dedicavano principalmente all'agricoltura e all'allevamento di animali. Queste famiglie erano generalmente riconosciute con un soprannome storico della casa a cui appartenevano, che veniva tramandato da generazione in generazione. Il soprannome della casa era come una carta referenziale che permetteva alle persone, soprattutto quelle residenti a Fontanelle, di essere stimati ed avere rapporti di amicizia con le altre famiglie, per scambi di prestazioni lavorative soprattutto nel periodo della trebbiatura. ImagePer alcune generazioni dalla fine del 700 fino agli anni 60, i componenti della famiglia "Gargulet" hanno lavorato a mezzadria sempre gli stessi poderi a Fontanelle, oggi via Adriatica confine con Misano Adriatico e via Trebbio. ImageLa trebbiatura consentiva, non solo nel lavorare il buon raccolto che nelle annate migliori superava anche i 150 quintali di grano, ma l'occasione per pranzare e fare festa con gli amici del vicinato accorsin a dare una mano.

 

 

Le torri di avvistamento nel XVII secolo alle Fontanelle

 

Scritto da Zecchini Roberto   
 

Riprendiamo il discorso della difesa della costa davanti al tratto di mare delle Fontanelle, siamo nel 1672, facciamo riferimento al Tonini, il Consiglio Comunale Riminese decise la costruzione di nuove difese sul litorale onde fronteggiare la sempre maggiore aggressività di” quei barbari pirati che muovendo da S.Maura e da Castro Nuovo..”

Ragioni geopolitiche consigliavano tali difese, anche in considerazione della sempre più decadente potenza di Venezia, con un sempre minore controllo dell’Adriatico, ed un aumentato interesse da parte dello Stato Pontificio con la Reverenda Camera Apostolica, di finanziare la costruzione di 6 torri di avvistamento lungo il litorale tra Rimini e la Cattolica. Due di queste torri furono costruite nel territorio riccionese; una alla Trinità vicino alla foce del Marano, accanto alla chiesetta della Trinità e l’altra alle Fontanelle, punto nevralgico per la raccolta di acque potabili da parte delle navi a remi, le quali necessitavano di grandi rifornimento di acque potabili per i rematori. I resti di questa torre di avvistamento sono situati all’angolo delle vie Sangallo e via Enna accanto al sottopassaggio, sotto il muro della scalinata. Peccato che non sia stato possibile fare una costruzione che li evidenzi. La costruzione dell’opera venne affidata al “Mastro muratore Caffarello del fu Caffarelli” ed una volta costruita venne completata con un “Inventario delle robbe””inventario delle robbe e delle armi essistente al presente nella sudetta tore, quali tengo, et ho in consegno io sotto scritto: e qui sotto una dettagliata descrizione dell’armamentario consegnato e l’elenco dei soldati facenti parte della Compagnia: Clemente Bezzi, Giovanni Cesari, Pietro Canuti, Antonio Angelici, Antonio Cenci e Sebastiano Ercolani. Firmato Io GIULIO SECONDI, capitano, mano propria.. Chissà se qualcuno di questi militari ha lasciato eredi alle Fontanelle? Il costo dell’opera muraria è stato di 690 scudi, come risulta dall’Atto Notarile redatto dal Notaio Pandolfo Mulazzani, negli atti del 22-24 Aprile 1673. Pressappoco 1,5milioni di Euro. Nonostante la difesa preparata con cura la pirateria continuerà ancora per molto ed anche gli sbarchi. Per ora ci fermiamo e ringraziamo sentitamente la Biblioteca Comunale di Riccione ed i curatori Delucca, Rocchetta e Vendramin per il loro “Pirati e torri costiere nel riccionese” dal quale abbiamo preso in prestito queste notizie.

 

 

Cerchiamo la nostra chiesa del 1650 qui alle Fontanelle

 

Scritto da Zecchini Roberto   
 

Ricerca (abusiva ed indebita) del sito della chiesa dedicata all’Immacolata Concezione della Maria Vergine ed ai Santi Confessori Antonio Abate ed Antonio da Padova, la chiesa con sette altari, nelle Fontanelle in Arcione . Nel 1648 i Minori Osservanti di Rimini noti anche col nome “Padri di San Bernardino, ricevono in dono un terreno sito nella (Contrata et cappella S. Martini Arcioni, fundo Fontanellarum nuncupatum la Fonte d’Orlando-Territorio e chiesa S. Martino di Riccione, nel fondo Fontanelle chiamata “la Fonte d’Orlando”) per farci una chiesa ed un convento. Nel Gennaio successivo il Consiglio dei XII approvò la richiesta e a Maggio il 2 con grande partecipazione di autorità religiose e civili venne benedetta la prima pietra della fondazione.

Qui le fonti non ci riportano altri particolari della costruzione. La zona viene localizzata in quattro confini: su un lato la via pubblica Flaminia, su quello opposto il Mare Adriaticum, sul lato verso Rimini (ille locus dicta via Flaminia seu Romana dividitur in duas partes discendendo a ripa seu greppa scilicet ubi via recto-in quel luogo la suddetta via Flaminia o Romana si divide in due parti scendendo dall’erta o greppia, dove la via; tramite ducit ad dictum fontem et altera pars vie discendendo versur aqua maris ducir per littora penes aquas maris ad -conduce direttamente alla suddetta sorgente e l’altra parte della via che scende verso l’acqua del mare, conduce ( lungo la spiaggia) vicino alla foce del Conca ( il significato di vicino e lontano è cambiato nel tempo) oppure bisogna tradurre ad lumen Conche con “che guarda verso il Conca”; lumen Conche et e contra hanc partem vie discendentem ad mare videtur quidam semita proveniens ab ecclesia-ed opposta a questa parte di via che discende al mare, si trova un sentiero che proviene dalla Chiesa di S. Martino; S.Martini Arcioni usque ad viam Romanam; sul quarto lato, verso il borgo di Cattolica, il rivum nuncupatum il Rio-In Arcione fino alla via Romana. Sul 4 lato verso il borgo di Cattolica, il rio Alberello). Di questa chiesa non ci sono notizie negli anni seguenti; probabilmente non è stata eretta nonostante un documento ne approvi la costruzione, forse per l’urgenza di terminare la torre di avvistamento delle Fontanelle costruita nel 1673; oppure distrutta da un evento catastrofico naturale (un terremoto, quello del 1672) o da eventi bellici, ma non ci sono notizie in proposito. La ricerca è sapere dov’era la Fonte D’Orlando, forse quella fonte del Ristorante “ Lo scoglio”detta anche “Fonte vecchia” e la parte della Via Flaminia che passa sotto la greppia, all’incirca all’altezza dell’attuale chiesa Stella Maris. In questo caso la via che incrocia la Flaminia e porta alla marina passava attraverso l’attuale campeggio di Via Marsala. Oppure la Fonte D’Orlando era la fonte sotto la greppia (il coppo) all’altezza della via Palermo, subito sotto il semaforo, che meglio si adatta alla descrizione “ di tenere libero il sentiero che porta al mare, in maniera che la fonte rimanesse visibile dalla marina”. La descrizione che meglio si adatta al territorio attuale è l’incrocio del semaforo di via Palermo e via Potenza (l’antica strada romana che portava alla chiesa vecchia di S. Martino crollata col terremoto del 1786 la notte di Natale, la via Flaminia che all’altezza del semaforo, scendeva la greppia per girare verso Cattolica, passando accanto alla Fonte d’Orlando, e il Rio Alberello. La traduzione dal latino la devo a Don Ferruccio Cappuccini del Santuario della Madonna di Bonora, al quale vanno i miei ringraziamenti. Ringrazio inoltre Mino Del Magno per la correzione delle bozze. Ovviamente questa interpretazione semplicistica, del lavoro di qualificati esperti del campo, appartiene a un curioso, che cerca di “strufugliare” nel suo quartiere per conoscerne le origini e spiegarsi gli avvenimenti passati. I fatti, lo riconosco, possono essere un poco forzati, ma a un tifoso non si può chiedere di essere imparziale.

 

 

Abbiamo un’eroina, noi alle Fontanelle? Chissà come si chiamava ?

 

Scritto da Zecchini Roberto   
 

 

 

 

Le sponde occidentali dell’Adriatico sono state sempre, anche nell’antichità, soggette a sbarchi di navi, ed equipaggi Uscocchi, Barbareschi e Turchi che si servivano di acque, cibi e altri materiali, trafugandole alle povere popolazioni di quei tempi. Persino la grande Roma Imperiale, si dovette occupare di questo problema creando una flotta per combattere il problema della pirateria. Sono innumerevoli le descrizioni di attacchi fatte da questi pirati alle nostre coste, ora faremo un salto temporale e ci spostiamo nella prima metà del ‘700. Il nostro interesse oggi si focalizza su un fatto raccontato dal cronista principe della Romagna, Luigi Tonini nella sua Storia di Rimini, il quale nel vol.IV, parte I, pag. 504 riporta un aneddoto tratto dal De vetusta Arim Urbe del 1672 di Monsignor Villani :" ….e fu che un capo di quei corsari, allontanatosi dagli altri e datosi a menar prede con maggior temerarietà e licenza, diede nelle mani degli agricoltori, e segnatamente di una!

Rustica femmina, che più degli altri, che più ch’altri coraggiosa e feroce con verghe e con bastoni lo percosse a morte. Del che venuto a cognizioni uno de’ nostri soldati presidiarii (i quali, o perché pochi di numero o perché non assuefatti a somiglianti lotte, avevano preso la fuga), tolto al turco morto il pugnale, come per fare un gran fatto, gli tagliò un orecchio e lo serbò a testimonianza di tanta impresa."Altri autori la collocano al secolo precedente. La descrizione di quest’ impresa ci mostra l’atto eroico di ribellione di una contadina, all’attacco che spesso si ripeteva nella nostra zona, viste che le buone acque delle Fontanelle, rifornivano i bastimenti corsari, i quali non si limitavano a tali operazioni ma razziavano e trucidavano i poveri contadini presenti nel nostro territorio. Altresì ci mostra anche la vigliaccheria del militare, che doveva fronteggiare i pirati, e che invece se ne gloria tagliandogli un’orecchio. Mi piace immaginare questa eroina, delle Fontanelle, anche se non ne ho una prova certa e che questa potrebbe essere l’immagine da presentare nella rotonda al bivio Statale-Via Puglia, rappresentando ella, il coraggio dei più deboli, che si ribellano alle oppressioni dei più forti. Stranamente mi ricorda anche avvenimenti dei nostri giorni. C’è qualcuno che vuole approfondire questa ricerca?